
Sua Santità il Dalai Lama: “Se accumuliamo sentimenti negativi nei confronti dei nostri avversari, con l’intenzione di vendicarci di loro, ciò non ci aiuterà a condurre una vita felice. È molto meglio, invece, provare compassione per coloro che s’impegnano in azioni negative, tenendo presente che il buon cuore ed il perdono sono la causa principale della felicità.
28 luglio 2022. Leh, Ladakh, UT, India – Questa mattina, Sua Santità dalla sua residenza ha raggiunto con una golf cart il padiglione all’estremità del campo didattico di Shewatsel. Si stima che più di 45.000 persone si siano radunate per ascoltare le sue spiegazioni su “Entrare nella via di un Bodhisattva” di Shantideva https://www.sangye.it/altro/?p=11776. Molte persone si accalcavano su entrambi i lati della strada, ansiose di intravedere Sua Santità mentre passava. Mentre li salutava, molti piangevano di gioia. Prima di iniziare l’insegnamento, ha salutato tutti i convenuti dalla fronte del palco.
Sua Santità si è innanzitutto congratulato col gruppo di giovani studenti che al suo arrivo erano intenti nel dibattito sulla mente e sui fattori mentali, dicendo loro che il modo più efficace per studiare il buddismo è l’esplorazione degli insegnamenti tramite la logica e la ragione, un approccio derivato dalla tradizione di Nalanda. È questa posizione ragionata che ha attirato l’interesse degli scienziati.
“L‘amorevole gentilezza è la chiave della felicità”, Sua Santità ha confidato alle migliaia di persone presenti. “La sperimentiamo dal momento in cui nasciamo ed anche quando raggiungiamo il termine della nostra vita, ci sentiremo più a nostro agio e rilassati se saremo circondati da parenti ed amici dal buon cuore. In breve, siamo animali sociali e se mostriamo buon cuore verso gli altri, condurremo una vita felice. C’è un detto tibetano che dice: “Il buon cuore porta alla felicità ed al successo”.
“Si dice anche che il tuo cosiddetto nemico possa essere il tuo miglior maestro. Sebbene i tibetani abbiano affrontato grandi difficoltà e miseria per mano dei comunisti cinesi, consiglio loro di non nutrire sentimenti di odio o di vendetta.
“Se accumuliamo sentimenti negativi nei confronti dei nostri avversari, con l’intenzione di vendicarci di loro, ciò non ci aiuterà a condurre una vita felice. È molto meglio, invece, provare compassione per coloro che si impegnano in azioni negative, tenendo presente che il buon cuore ed il perdono sono la causa principale della felicità. Qualunque sia l’obiettivo, come monaco buddista, non sostengo mai l’uso della forza per conseguirlo.
“I popoli del Ladakh e del Tibet fin da tempi antichi hanno avuto relazioni molto strette. Se le persone nella regione himalayana, dal Ladakh all’Arunachal Pradesh, riusciranno a preservare la loro eredità culturale buddista, daranno un grande contributo alla fioritura del buddismo nel mondo.
“Il coraggio e lo spirito del popolo del Tibet è indomito con una fede e fiducia incrollabile nei miei confronti. Mantenere viva la nostra eredità culturale buddista nelle regioni himalayane andrà naturalmente a beneficio del popolo tibetano. La nostra lotta per la libertà e la dignità si basa sulla verità e sulla giustizia e sarà raggiunta al meglio affidandoci ad “ahimsa”, che significa osservare la non violenza e non fare del male. Dal momento che un numero crescente di fratelli e sorelle in Cina è buddista, sono fiducioso che le cose cambieranno presto in meglio”.
Sua Santità ha menzionato che nel VII secolo, nonostante gli stretti rapporti con la Cina, il 33° imperatore tibetano Songtsen Gampo scelse di creare una modalità di scrittura tibetana modellata sull’alfabeto indiano Devanagari. Di conseguenza, quando il maestro indiano Shantarakshita visitò il Tibet nell’VIII secolo, su invito del re tibetano Trisong Detsen, esortò i tibetani a tradurre la letteratura buddista indiana in tibetano, il che avrebbe consentito ai tibetani di conoscere il buddismo nella propria lingua, invece di fare affidamento sul pali o sanscrito.
Successivamente, il Grande Abate Shantarakshita consigliò al monarca tibetano di invitare in Tibet il suo allievo Acharya Kamalashila allo scopo di discutere i meriti dello studio del buddismo in modo dialettico secondo la tradizione di Nalanda, rispetto all’opinione affermata dai monaci cinesi secondo cui l’illuminazione può essere improvvisamente rivelata attraverso la sola meditazione. Alla fine, Trisong Detsen ha ritenuto che il punto di vista di Kamalashila fosse più appropriato per i tibetani.
Sua Santità ha sottolineato che gli oltre 300 volumi del Kangyur e del Tengyur trattano un’ampia gamma di materie religiose, filosofiche, epistemologiche e scientifiche e che oggi il tibetano rimane la lingua più accurata per studiarle.
Recentemente sono stati pubblicati, tradotti in cinese, due volumi della serie “Scienza e Filosofia nei Classici Buddhisti Indiani“. Contengono materiali derivati dal Kangyur e dal Tengyur ed hanno spinto i professori di alcune università cinesi a riconoscere che il buddismo tibetano preserva chiaramente la tradizione di Nalanda, un riconoscimento del suo approccio scientifico e razionale.
“Negli anni ’60 ho visitato i rifugiati tibetani nel distretto di Chamba nell’Himachal Pradesh, tra i quali c’era un gran numero di monaci studiosi, che lavoravano come braccianti nella costruzione di strade. Sebbene a questi monaci mancassero anche le vesti monacali, a causa delle circostanze speciali abbiamo tenuto sul posto la “cerimonia di confessione monastica bimestrale” cui fece seguito un dibattito sulla filosofia buddista. Fui molto commosso per le difficoltà che stavano attraversando.
“Alla fine, col sostegno del governo indiano, delle ONG e delle organizzazioni di beneficenza, siamo stati in grado di riedificare nel sud dell’India i tradizionali centri monastici di apprendimento”.
Sua Santità ha sottolineato quanto sia importante per il popolo del Ladakh preservare la propria profonda eredità culturale buddista attraverso lo studio dei testi buddisti. Ha citato la propria esperienza di rigoroso studio dei trattati buddisti che gli ha permesso di conseguire la laurea di Gheshé Lharampa. Ha quindi citato una strofa pronunciata dall’Arhat Sakalha nel Vinaya Pitaka:
Devi dare un senso alla tua vita
Attraverso lo studio e la meditazione.
Ma non devi mai sentirti soddisfatto
Del solo indossare le vesti color zafferano.
Sua Santità ha esortato sia i monaci che i laici a studiare i Tre Canestri – i Sutra, l’Abhidharma ed il Vinaya – che comprendono le parole del Buddha, e ad impegnarsi nella pratica dei Tre Addestramenti Superiori: etica, concentrazione e saggezza. Ha ribadito il valore di basarsi sulla logica e la ragione piuttosto che sulla mera fede.
Dopo aver fornito una breve sintesi della vita di Acharya Shantideva, Sua Santità ha iniziò la trasmissione orale di “Entrare nella via di un Bodhisattva” https://www.sangye.it/altro/?p=2346. Ha quindi elaborato alcuni punti dalle strofe che leggeva, giungendo a completarne il primo capitolo. Domani riprenderà la lettura.
Prima bozza di traduzione, salvo errori ed omissioni, da https://www.sangye.it/dalailamanews/?p=15204 del Dott. Luciano Villa del Centro Studi Tibetani Sangye Choeling di Sondrio, il cui nome è stato conferito da Sua Santità il Dalai Lama. Guarda il video originale in inglese https://www.dalailama.com/videos/teachings-in-leh-ladakh, https://www.facebook.com/DalaiLama/videos/2308515225953469, ed il video in italiano https://www.facebook.com/DalaiLamaItaliano/videos/417798273659060 tradotto da Fabrizio Pallotti che ringraziamo.